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STRIKE_PROJECT
"La
resistenza non è unicamente una negazione: è un
processo di creazione; creare e ricreare, trasformare la situazione,
partecipare attivamente al processo, è questo resistere."
(Michel Foucalt)

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L'occupazione,
la trattativa, il progetto, lo spazio pubblico autogestito
Tre
anni fa, durante la street parade dello sciopero generalizzato,
5000 studenti, precari e migranti hanno occupato uno stabile abbandonato
sulla Tiburtina. Nasceva lo Strike SpA, un'occupazione che si è
data l'obiettivo di trasformare uno spazio privato, abbandonato, in
uno spazio pubblico: una proprietà privata in una proprietà
comune, non comunale, ma autogestita. Fin dal principio, abbiamo
sostenuto che il "problema" sollevato dall'occupazione non
riguardava semplicemente il proprietario privato che reclamava lo sgombero,
ma la città nel suo insieme, il suo nuovo assetto urbanistico
e la distribuzione delle risorse per le politiche sociali e culturali.
Abbiamo chiamato in causa su questo il Comune di Roma, rivendicando,
in un'ottica al rilancio, l'acquisizione dello spazio e la sua restituzione
ad uso pubblico, per affermare il diritto all'autogestione come risposta
a desideri e bisogni comuni, come motore della socialità e della
produzione di saperi. La trattativa è cominciata nel momento
in cui veniva approvato un Piano Regolatore che molto poco guardava
alle esigenze reali di coloro che abitano la città. Questo spazio,
area blu destinata (dal Nuovo Piano Regolatore) ad uso servizi pubblici,
senza l'occupazione sarebbe stata vittima della speculazione che sta
nascendo intorno alla stazione Tiburtina, che si appresta a diventare
uno degli snodi ferrovari più grandi d'Europa. Abbiamo invece
preteso che quella "macchia" sulla mappa fosse sottratta al
dominio del capitale privato che divora tutto, dicendo che se "blu"
voleva dire pubblico quel pubblico doveva essere autogestito. Per restituire
alla collettività e al territorio una piccola parte di quello
che è comune, per spingerci ancora oltre, per creare nuove commons
metropolitane.
Oggi, l'ipotesi di una delibera comunale di acquisizione dello stabile
prende corpo e diventa una prospettiva concreta per cui battersi nell'immediato
futuro. Una proposta che abbiamo "osato" come un network
di soggetti differenti tra loro, articolando un progetto a rete che
ci ha permesso di sperimentare la relazione con realtà del territorio,
dai gruppi informali alle associazioni e cooperative, che spesso vivono
isolate e senza un progetto comune.
Dopo anni in cui le occupazioni di spazi si rivolgevano principalmente
al patrimonio pubblico dismesso, abbiamo tentato una sfida nuova,
consapevoli di essere solo una goccia nell'oceano dei bisogni a cui
le istituzioni non danno risposte, ma credendo nella forza delle sperimentazioni
che aprono spazi nuovi per tutti.
Roma
città globale
Roma in questi anni ha "subito" grandi trasformazioni, produttive,
sociali e urbanistiche, che la fanno sempre più affermare in
Europa e nel mondo come città della cultura, dell'arte e dello
spettacolo, come territorio di produzione immateriale. Ma l'altra faccia
della città globale è la precarizzazione del lavoro e
la privatizzazione di spazi e servizi. Dalle università ai circuiti
di fruizione e produzione culturale, il modello di impresa ha eroso
la stessa idea di pubblico, rendendo impossibile ogni sperimentazione
fuori dalle potenti lobby della cultura italiana. Infatti gli investimenti
dell'amministrazione sono sempre più indirizzati ai grandi eventi
e alle grandi opere, piuttosto che alla valorizzazione dell'autoformazione
e delle produzioni indipendenti.
L'attuale fiorire culturale della capitale invece non sarebbe stato
possibile senza la diffusione molecolare dei centri sociali autogestiti,
dei free party, degli illegal rave, degli spazi di produzione non commerciale
animati dai precari. Grazie a questo intenso lavoro sommerso, Roma oggi
risulta una delle città europee con la più alta densità
di occupazioni e di spazi di autogestione culturale, linfa vitale a
cui il mercato e le istituzioni catturano continuamente codici e produzioni
innovative.
I
movimenti oltre i limiti imposti
L'acquisizione di una proprietà privata sottratta alla speculazione
del mercato e la crescita di un laboratorio sociale, strumento per le
battaglie di allargamento dei diritti, secondo noi rappresenta una vittoria
dei movimenti.
Dieci anni fa la delibera 26 ha segnato un passaggio fondamentale, riconoscendo
"formalmente" ai centri sociali il diritto ad esistere, ma,
dall'approvazione ad oggi, pochi sono quelli che la hanno vista applicata.
In ogni caso chi ha intrapreso un percorso di assegnazione non ha "risolto"
i problemi e in qualche caso si è dovuto confrontare con nuove
difficoltà e nuove pretese assurde (anni di arretrati!!) nel
rapporto con l'amministrazione.
Recentemente il movimento di occupazioni di case e per il diritto all'abitare
ha portato all'approvazione di un'altra importante delibera che apre
una nuova forma di contrattazione con i privati e riconosce il diritto
al canone sociale. Un nuovo ciclo di occupazioni e la capacità
di fare proposte di interesse pubblico, unita alla presenza corsara
dentro le istituzioni hanno imposto al Comune di Roma scelte innovative
e impossibili senza la radicalità dei movimenti.
Nello stesso modo oggi la delibera di acquisizione di Strike assume
una portata generale per i movimenti nel loro complesso. Può
rappresentare un passaggio importante, che nasce sull'onda di spinte
e sinergie plurali, se riesce a diventare patrimonio e forza comune.
Una sfida aperta, che trae impulso dai percorsi di movimento che in
questi anni hanno imposto attraverso il conflitto un nuovo tipo di partecipazione
politica e contrattazione sociale. Per fare questo è necessario
collegare diverse vertenze, lotte, movimenti per fare emergere a Roma
la questione degli spazi sociali, dell'autogestione della cultura, dello
sport, della socialità come una battaglia comune.
Ilde
Naro
In anni di privatizzazione dei saperi e dei servizi, di precarietà
come condizione generalizzata e di utilizzo della spesa pubblica come
forma di ricatto, di lobby e di consenso, è importante invertire
la tendenza. La redistribuzione della ricchezza verso il basso e verso
l'autorganizzazione sociale sono il terreno di conflitto più
generale per una trasformazione del welfare in termini non privatistici.
Da parte nostra intendiamo quindi l'acquisizione come una forma indiretta
di reddito. I soldi pubblici necessari a questo passaggio sono solo
una parte di ciò che spetta ai precari, a chi, non riconosciuto,
produce ricchezza, ma non ha un reddito. Una "riappropiazione",
che non avviene attraverso un esproprio comunale, e che purtroppo ancora
una volta andrà ad arricchire la proprietà di turno. Ma
crediamo anche che la lotta più generale per il reddito di cittadinanza
incondizionato (per tutte e tutti) può iniziare a trovare delle
declinazioni locali. La spesa pubblica, municipale, regionale, diretta
o indiretta per gli spazi autogestiti dai precari può essere
una parte di questo reddito indiretto. Pensiamo anche all'applicazione
di tariffe sociali per le utenze di acqua, luce, accesso alla rete.
Una parte, non sufficiente, da cui partire, ma da utilizzare non certo
come ammortizzatore sociale, ma come motore di un conflitto più
generale.
Pubblico
non statale. L'illegalità conquista diritti.
Il percorso che porterà all'acquisizione da parte del Comune
non rappresenta una forma di istituzionalizzazione della nostra esperienza
né più in generale dei centri sociali. Non intendiamo
questo passaggio come una cooptazione, come una cogestione o una trasformazione
parastatale del nostro patrimonio, ma al contrario come l'affermazione
del diritto all'autogoverno. Questo è un punto irrinunciabile
del nostro agire. Aperto alla contaminazione e alla sperimentazione,
anche all'interazione con soggetti istituzionali, ma nel rispetto dell'autonomia.
Dire pubblico autogestito, significa dare dignità e legittimità
ad un pubblico non statale e non addomesticato. Significa rivendicare
la rottura della legalità come pratica di estensione dei diritti,
proprio mentre una nuova inquisizione criminalizza ogni forma di illegalità
e si accanisce contro i movimenti. In particolare a Roma si sono aperti
molti processi a difesa della sacra proprietà privata. Dalle
accuse di associazione a delinquere per le occupazioni di case, allo
stesso processo contro l'occupazione di Strike, fino all'accusa di rapina
aggravata per le autoriduzioni del 6 novembre. Riuscire a fare di un
"attentato" alla proprietà privata una conquista riconosciuta
pubblicamente vuol dire difendersi dal tentativo di chiudere i conflitti
sociali dentro le aule di tribunale.
Una
proposta pubblica
Perché questo documento, perché un appello pubblico?
Perché Strike è stata un occupazione nel movimento, ha
vissuto ed è cresciuto nella collaborazione con quelle esperienze
sociali, politiche e culturali, che in questi anni hanno cambiato faccia
alla città. Per fare in modo che il patrimonio di anni di lotte
e di conflitti possa uscire in avanti, rivendicando per sé fino
in fondo la conquista di uno spazio.
Per questo chiamiamo al confronto e alla mobilitazione. Per riconnettere
percorsi, esperienze e bisogni. Perché vogliamo fare di una conquista
un bene comune e un "piede di porco" per aprire nuovi spazi
di libertà per tutti. Da qui ripartiamo, dalla consapevolezza
che questo spazio esiste perché c'è una moltitudine che
resiste.
"..sostanziali differenze di punti di vista tra chi ipoteca la
sua vita
e chi cerca una risposta,
e l'ha trovata per le strade, vive sulle strade,
in orbita su un pianeta manco fosse un asteroide
" kaos_05
(a
breve, la pubblicazione integrale di Strike_Project, Spazio Pubblico
autogestito)