Centri
sociali di seconda generazione
Per
una autoinchiesta sui mutamenti antropologici della nuova generazione
di militanti.
Per
una nuova generazione di occupazioni, per la generalizzazione dell¹autogestione.
SanzoPanza
(NextScola, Roma)
Intro.
Questo pezzo vuole essere uno stimolo per iniziare una riflessione,
da qualche anno sospesa, su come i centri sociali siano cambiati in
questi anni, sul ruolo che hanno avuto nella crescita e nella sedimentazione
dei movimenti globali, su come stia nascendo una nuova generazione di
occupazioni in Italia e in giro per il mondo. Il ragionamento si muove
su due piani. Da una parte si vuole iniziare un primo brainstorming
per una autoinchiesta politica sulle mutazioni antropologiche avvenute
all'interno e intorno ai centri sociali, da i militanti più stretti
alle community (o giro largo), dai nuovi attivisti ai frequentatori
tradizionali, leggendo anche gli elementi di crisi soggettiva che molti
di questi attraversano dentro le nuove forme assunte dai movimenti:
crisi d¹identità, di azione, di espansione di partecipazione. Dall'altra
si vuole tentare uno sguardo in avanti, azzardando l'idea che stia nascendo
una seconda generazione di centri sociali, come strumento di autorganizzazione
della moltitudine, e che l¹autogestione sia una forma costituente dei
nuovi movimenti. Queste riflessioni nascono all'interno di quel percorso
che ha portato all'occupazione della Scola a Roma nel' 99 e che oggi
si avvia ad iniziare una nuova avventura; dalle affinità costruite in
questi anni, da percorsi collettivi e individuali, da discussioni fatte,
da esperimenti tentati; uno sguardo soggettivo, un racconto di frammenti,
una proiezione in esperienze ancora da vivere.
01. La parabola degli anni '90: i centri sociali dall'
underground all'overground
Gli
anni '90 sono stati anni di radicali trasformazioni del sistema produttivo,
della politica istituzionale, dei movimenti sociali e degli immaginari
prodotti. Possiamo sostenere che in questi anni i centri sociali occupati
autogestiti (CSOA) sono stati la grande novità politica italiana. Hanno
vissuto una parabola, che li ha portati dall'essere considerati luoghi
dell'esclusione ad essere considerati luoghi di produzione, dalla supposta
autosufficienza alla costruzione di reti metropolitane, nazionali, internazionali,
luoghi di costruzione di spazio pubblico e di relazione tra movimenti
e soggettività differenti. E' stata una parabola lunga e complessa,
frammentaria e contraddittoria, fatta di esperimenti, di strappi, di
ripensamenti, di salti in avanti.
01b.
Rewind: frammenti di anni '90.
I
primi anni '90 sono gli anni dell'esplosione del movimento dei csoa
che, sull¹onda del movimento della pantera e contro la I guerra del
golfo, si diffondono in tutta Italia. Quel ciclo tuttavia, anche se
conteneva dentro di sé tutte le novità che poi sarebbero esplose, era
ancora fortemente condizionato dagli anni ¹80, da una difficoltà di
comunicare e creare adesione e condivisione. Erano anni resistenziali,
in cui le energie erano necessariamente concentrate nella difesa degli
spazi conquistati e nella difficile relazione con i territori circostanti.
Verso la metà degli anni '90 i centri sociali iniziano ad uscire dall¹isolamento,
le pratiche e le culture prodotte nel circuito dell¹autogestione si
diffondono in ampi strati giovanili, il ruolo di aggregazione, di produzione
di socialità non mercificata viene pubblicamente riconosciuto. Di questi
anni qui di seguito raccontiamo alcuni eventi significativi, frammenti
di una storia frammentata. La rivolta zapatista e il nuovo alfabeto
dei movimenti a venire.
Il 1994/95 è un biennio di svolta per i centri sociali; l'insurrezione
zapatista del gennaio '94, la prima rivolta contro il neoliberismo,
si configura come uno squarcio nella storia degli anni '90 per i movimenti
antagonisti di mezzo mondo. Gli zapatisti costruiscono il nuovo alfabeto
dei movimenti a venire, utilizzando il linguaggio come strumento di
conflitto ("le parole sono armi"), individuando la globalizzazione neoliberista
come territorio necessario delle lotte, difendendo la autogestione comunitaria
come alternativa presente al dominio del capitale. Lo zapatismo mette
in crisi le tradizionali forme e categorie dell¹agire politico, creando
anche forti rotture con i precedenti movimenti di liberazione, ma costruendo,
proprio su un utilizzo mitopoietico della storia, un¹identità che tiene
insieme cultura indigena e cultura rivoluzionaria. Si potrebbe parlare
a lungo di quanto e come lo zapatismo abbia influito sull'evoluzione
di una parte dei centri sociali italiani; forse il nuovo utilizzo della
categoria di società civile, la convinzione che la rivolta indigena
è una parzialità che può contribuire alla rivolta sociale generalizzata,
la capacità da parte dell¹Ezln (dell¹avanguardia) di mettere in discussione
se stessa a partire dalla consultazione generale, la capacità di camminare
domandando.
Leoncavallo:10
settembre '94. Crossover per i centri sociali
Per il movimento antagonista inizia una fase nuova, lunga e travagliata
che porterà, attraverso rotture, nuove aggregazioni, discontinuità e
ricombinazioni, ad uscire dalla lunga e difficile fase resistenziale
degli anni ¹80. Sono gli anni in cui a Roma inizia il percorso di dialogo
con l¹amministrazione comunale sulla assegnazione degli spazi, mentre
a Milano esplode il caso Leoncavallo, capace di diventare caso nazionale,
di dividere l'opinione pubblica milanese di portare in piazza 10.000
persone e di produrre un livello di conflitto che non intacca il consenso
generale ottenuto. Quella del 10 settembre '94 è una manifestazione
che fa da crossover, espressione di massima intensità di un ciclo di
lotte, che contiene al suo interno anche la sua fine, il passaggio ad
un altro ciclo, ad una nuova fase politica. Lo sgombero di un centro
sociale, il primo e più conosciuto in Italia, diventa un boomerang per
la destra al governo; intorno al Leoncavallo si raccoglie la solidarietà
e il consenso di una parte importante della cultura milanese. Quella
di Milano viene chiamata la manifestazione dell¹opposizione sociale
al governo delle destre; è un tentativo, riuscito solo in parte, ma
è il segnale che qualcosa sta cambiando, che i centri sociali possono
giocare un ruolo più importante di quello della sola difesa dei propri
spazi. Il treno per Amsterdam: introduzione ai movimenti globali. Proprio
dalla stazione di Milano parte quell¹esperienza che sarà anticipatrice
della successiva fase dei movimenti globali. Ad Amsterdam si svolgeva
l'appuntamento finale della rete delle marce europee contro la disoccupazione,
con cui i csoa avevano ben poca relazione e affinità politica. Per la
prima volta i centri sociali riescono a coinvolgere quella moltitudine
che li attraversa quotidianamente in un impresa collettiva oltre frontiera.
E' la meta Amsterdam a rendere possibile l'impresa, perché mette in
gioco alcuni degli elementi di identificazione propri dei centri sociali;
è il consumo di droghe leggere (legalizzato in Olanda), la ricerca del
piacere collettivo a muovere il corpo di quella moltitudine che, per
la prima volta, dà il nome comune di precariato a quella condizione
generazionale diffusa. Sono quegli elementi più propriamente sociali,
biopolitici, prima che la percezione di una comune condizione lavorativa
a creare il senso di identificazione generazionale; è l¹occupazione
temporanea del treno, prima che la partecipazione alla manifestazione,
lo strumento di azione politica; è il tema della libera circolazione
delle persone attraverso le frontiere, prima che la lotta alla disoccupazione,
il conflitto messo in gioco da quel movimento. E'un esperienza introduttiva
ai movimenti globali, in cui l'elemento del viaggio e del superamento
della frontiera diventerà fondamentale.
" Per
la prima volta dopo diversi anni non sono degli scontri di piazza in
fondo a un corteo che attraversano il sentire collettivo, dei tetti
più o meno eroicamente o simbolicamente difesi, non è cioè la difesa
di noi stessi a contaminare, creare identificazione politica, bensì
un immaginario tutto da scoprire ma percepito come vincente.." (csoa
Leoncavallo, in Derive Approdi, 1999)
02.
Mutamento sociale e autoinchiesta.
Questo passaggio, dalla periferia al centro, dalla marginalità al protagonismo,
dall¹invisibilità alla sovraesposizione mediatica (che avrà in Genova
il suo apice), affonda le sue radici nella mutata composizione sociale
all¹interno dei csoa. Gli anni '90 sono un decennio di grandi, epocali
trasformazioni dal punto di visto della produzione; assistiamo all¹esplosione
dell¹economia delle reti e della finanza, si compie la prima fase della
globalizzazione. Introno alla categoria di postfordismo si accedono
numerosi dibattiti, ma alcuni dati appaiono incontrovertibili. Il lavoro
si è trasformato, la fabbrica fordista perde centralità, la produzione
si diffonde nel territorio metropolitano e nel tempo, fino a confondersi
con la vita. Il sapere e il linguaggio, l¹affetto, le capacità relazionali
e comunicative diventano le risorse principali per lavorare. I centri
sociali diventano quindi da luoghi del dopo-lavoro e del tempo libero
a luoghi in cui sottrarre al lavoro salariato il proprio tempo, le proprie
capacità, per metterle a valore di una comunità, di un progetto politico
comune o della realizzazione personale. Non più quindi luoghi separati,
isolati e incontaminati, ghetti o isole, ma centri di produzione autonoma
e contaminata.
A partire dall'osservazione di questi fenomeni nel '96 Bonomi fece la
provocazione di definire i csoa come imprese sociali, che producono
quella risorsa (rara e quindi di grande valore nel postfordismo) che
è la socialità. In seguito ad un acceso dibattito e a differenti critiche,
l'anno successivo, il Leoncavallo, in collaborazione con Bonomi e con
Cox18, realizzò una inchiesta sulla composizione sociale dei militanti
e dei frequentatori dei centri sociali. Da questa ricerca emerge che
il tradizionale proletariato giovanile si è scomposto e ricomposto in
una molteplicità di soggetti, di figure, di attitudini lavorative e
sociali differenti. Sono le nuove forme di lavoro atipico, dai lavoratori
autonomi di seconda generazione, ai contratti a tempo determinato, dagli
studenti-lavoratori ai giovani in formazione-lavoro che caratterizzano
la composizione sociale del Leoncavallo. Sono quella moltitudine di
precari dalle identità mobili, dai luoghi di riferimento molteplici,
dal lavoro intermittente, che nessuna organizzazione politica tradizionale
riesce ad interpretare o a rappresentare.
Qualche anno dopo (nel 2000), sempre a Milano, viene fatta una autoichiesta
più soggettiva, sulla percezione del lavoro, sull¹immaginario, sui desideri;
a realizzarla il gruppo Radar, nato all'interno del Laboratorio Bulk.
E' un documento prezioso che ci fornisce alcuni spunti interessanti
e in qualche modo inaspettati. Il primo elemento da notare è che per
una parte degli intervistati "la flessibilità non è vista come un mostro",
ma come una possibilità di libertà se autodeterminata. Il lavoro ha
una doppia valenza: di fatica, sfruttamento, noia da una parte, ma anche
di desiderio, autorealizzazione, autonomia. Emerge con una certa costanza
che il lavoro desiderato è di tipo cognitivo e creativo, ma che i tempi
e i ritmi imposti precarizzano l¹esistenza. Il centro sociale ha giocato
un ruolo fondamentale attraverso l¹autoformazione e da alcuni viene
visto come potenziale luogo di lavoro o fonte di reddito. Emerge una
soggettività sospesa tra lavoro e formazione, che cerca di ribaltare
la flessibilità imposta in libertà di movimento, che valorizza le capacità
acquisite con il lavoro nella attività del centro sociale e viceversa.
Nella seconda metà degli anni '90 in Italia c¹è una diffusione di massa
delle tecnologie informatiche, dei personal computer e delle reti telematiche.
Il mondo dei centri sociali, da sempre sensibile alla libertà di comunicazione,
è attraversato da una serie di esperienze pionieristiche; dopo le prime
BBS (Avana al Forte Prenestino), e Ecn (Isole nella rete), c'è una vera
e propria esplosione di siti web, progetti telematici, forum, chat,
mailing list legati al circuito dei centri sociali. E¹ proprio sul finire
degli anni '90 che nei centri sociali si realizzano i primi hackmeeting,
da cui nasceranno gli hacklab, laboratori informatici in cui la manipolazione
delle tecnologie, l'autoformazione e la diffusione dei saperi diventano
strumenti fondamentali. L'esplosione dell'autogestione della comunicazione,
dell'informatica di base sono terreni di frontiera del lavoro che ridefiniscono
la composizione sociale dei csoa, facendo dei lavoratori della conoscenza,
dei brainworkers una delle soggettività costitutive dei centri sociali
di seconda generazione.
03.
Da Seattle a Genova: l'esplosione dei movimenti globali.
Le anticipazioni degli zapatisti, la capacità di tenere insieme l¹azione
locale, territoriale con la necessità di costruire movimenti direttamente
su scala globale portano i centri sociali ad essere uno dei vettori
naturali del movimento esploso a Seattle. Si chiude definitivamente
una fase politica e si apre il primo ciclo di lotte globali, il ciclo
degli assedi ai summit dei potenti, dei controvertici, della ripresa
del conflitto sociale. Non esiste più il movimento dei centri sociali
degli anni '90, ma gli spazi autogestiti diventano i luoghi dove si
discute, si prepara, cresce il movimento di Genova. Da una parte c'è
la grande capacità comunicativa e di innovazione delle pratiche di conflitto,
dall'altra, ed è l'ipotesi che ci interessa di più, c'è la capacità
di intuire le trasformazioni avvenute nella produzione sociale. La presenza
diffusa nel territorio rende i centri sociali punti di osservazione
privilegiata e luoghi di costruzione locale di resistenza e alternativa
alla globalizzazione neoliberista. Genova rappresenta la sintesi e il
passaggio. Sintesi e condensazione di un decennio di accumulazione,
esplosione delle nuove soggettività del lavoro e delle contraddizioni
globali.
Passaggio,
crossover, inizio di una fase nuova. 2002. Dopo Genova.
La diffusione sociale di movimentoŠ le organizzazioni scricchiolano.
Dopo Genova in Italia si produce una sorta di squarcio nell'immaginario,
si diffonde la percezione della necessità di una mobilitazione generale
per contrastare un governo non disposto al compromesso. Dal Luglio 2001
inizia una stagione di ripresa e diffusione dei conflitti sociali, dal
movimento studentesco a quello sindacale, da quello dei migranti alle
prime lotte dei lavoratori della new economy. Un anno in cui l'estensione
della partecipazione ai momenti di mobilitazione è stata straordinaria,
in cui le moltitudini hanno sopravanzato le strutture politiche esistenti.
L'unica organizzazione che sembra resistere è il sindacato, ma ad uno
sguardo più attento, ci accorgiamo che le nuove generazioni, corpo centrale,
vivo, innovativo dei movimenti, non si fa organizzare, sfugge anche
alla rigidità sindacale. Questo è esattamente il punto. Il precariato
sociale attraversa i movimenti senza trovare un luogo, uno spazio politico
dove stabilizzarsi; i social forum, potenziali spazi pubblici e di aggregazione,
in molti casi producono l¹effetto inverso. Che ruolo giocano i centri
sociali? Riescono ad essere la forma organizzativa delle nuove generazioni
in movimento? Riescono ad essere in perpetuo movimento, riescono a reinventare
le forme della politica in quell'intreccio tra vita, lavoro e militanza,
che risulta a volte liberazione a volte gabbia?
04.
Una nuova generazione di militanti
In questi mesi di grandi mobilitazioni abbiamo più volte osservato il
dislivello tra l¹affanno delle strutture organizzate, dei militanti
stretti, e la ricchezza espressa nelle piazze; è quel dislivello che
vogliamo indagare, quella nuova attitudine giovanile ad una militanza
di tipo nuovo, temporanea (forse estemporanea), precaria e sfuggente
che spiazza tutti. Si è prodotto un mutamento antropologico difficile
da leggere e da interpretare, anche nei centri sociali, che pur essendo
luoghi di osservazione privilegiata, faticano a comprendere la complessità
di quella moltitudine di precari che li attraversa, le passioni, le
forme di vita, le fragili e mobili identità di questa nuova generazione.
E¹ inutile negare che anche i centri sociali attraversano una fase di
crisi soggettiva, di difficoltà nell¹aggregare con continuità nei progetti
esistenti, di reinventare le forme della politica e della socialità.
Proviamo ad individuare alcuni nodi problematici e alcune trasformazioni
in atto. Tempo di vita, tempo di militanza. Uno dei nodi di difficoltà
è quello delle forme politiche della decisione e della azione comune;
da anni ormai viviamo un fenomeno contraddittorio, da una parte alcuni
csoa vivono un deficit di iniziativa e riflessione politica, assorbiti
dalla gestione interna dello spazio, dall¹altra alcune esperienze assumono
sempre più le forme tradizionali della politica, con una separazione
netta tra i gestori dello spazio e i militanti. Spesso questi due aspetti
convivono. In entrambi i casi i tempi della militanza rendono difficile
una partecipazione saltuaria, discontinua, modulare. Spesso quindi i
tempi di vita di chi attraversa i centri sociali non coincidono con
quelli di chi li gestisce, si acuisce il dislivello e si rende difficile
l'estensione della partecipazione.
Community
(o giro largo).
Accanto al gruppo più ristretto di militanti si sviluppa quindi una
sorta di comunità allargata che, a secondo dei casi, assomiglia di più
ai frequentatori abituali di un locale o ad una rete di collaborazione.
La community è una sorta di estensione del csoa nella metropoli; estensione
territoriale, relazionale, progettuale. Accanto, a volte dentro, al
csoa nascono quindi occupazioni di case, riviste, siti web, cooperative,
collettivi studenteschi, dove si sviluppa un rapporto tra politica e
vita meno totalizzante, dove la militanza assume nuove forme, dove l'autogestione
si diffonde in territori differenti. Il Media/attivismo. Dalle radio
alle agenzie stampa, dai collettivi video alle televisioni di quartiere,
dai portali informativi ai laboratori di grafica, la diffusione di progetti
di comunicazione autonoma negli ultimi anni diventa capillare. Genova
rappresenta l'apice di questa nuova attitudine sociale a fare comunicazione
da sé, direttamente; ognuno può diventare media/attivista e vettore
di informazione. Come gli hacklab, i vari progetti comunica/attivi ridefiniscono
le modalità della militanza all¹interno e intorno ai centri sociali,
mettono in discussione le identità, ponendo la centralità sulla circolazione
di saperi e sull'autoformazione. Difficoltà e nuove prospettive, ma
in fondo la questione in gioco è se i centri sociali riusciranno a trasformarsi
per rendersi permeabili ai movimenti metropolitani, ad aprirsi a nuove
forme di attivismo politico, di flessibilità e temporaneità organizzativa,
di identità molteplice e mobile, che li renda una delle forme di autorganizzazione
del lavoro cognitivo, immateriale, sociale.
05.
Una nuova generazione di centri sociali ?
E'
possibile ipotizzare che dopo Genova si stia aprendo una nuova fase
per i centri sociali, un nuovo ciclo di occupazioni che serva anche
a ripensare il precedente? La chiamiamo seconda generazione, non perché
sia un processo compiuto o temporalmente definibile, ma perché alla
luce delle trasformazioni antropologiche, delle nuove forme della militanza,
della centralità assunta dal sapere nella produzione, appaiono forti
alcune discontinuità con il passato.
Proviamo a leggere alcune trasformazioni in atto e alcune possibili
evoluzioni dei centri sociali di seconda generazione. Dal territorio
alle reti, dalla localizzazione alla diffusione. Una delle caratteristiche
che sta ridefinendo l'agire dei centri sociali è un mutato rapporto
con il territorio circostante. Il centro sociale si diffonde nel territorio,
riconfigura gli spazi, ricombina le culture locali con le culture dei
movimenti, rimodula le identità sulle progettualità, estende i piani
del conflitto. Il territorio viene ribaltato in bacino della produzione
di soggettività. Il paradigma della rete ridefinisce sia l'organizzazione
interna dei csoa, le relazioni tra i differenti progetti, identità,
gruppi, sia le relazione con i soggetti esterni; viene assunta la dimensione
sperimentale del proprio agire: il centro sociale diventa laboratorio.
Produzione di saperi, autoformazione e multiversità. La relazione continua,
bidirezionale con i movimenti studenteschi, la nascita degli hacklab,
la diffusione di progetti di comunicazione rendono i centri sociali
luoghi di produzione autonoma di saperi, nodi di autoformazione diffusa,
in quell'intreccio tra vita, lavoro, apprendimento, militanza. Ripensarli
come luoghi di confine, terre di mezzo tra le istituzioni formative
(colonizzate dal mercato) e la metropoli, significa investire grandi
energie nella costituzione di scuole, università, centri studi autogestiti,
aperti, liberi dai vincoli che il capitale impone alla libera circolazione
di saperi. Significa costituire le libere università della moltitudine,
le multiversità, spazio di autorganizzazione del lavoro cognitivo. Camere
del lavoro del bio-sindacato.
Da qualche anno si discute, e in qualche caso si sperimenta, introno
alla necessità di dotare i centri sociali di strutture di sostegno legale,
informativo, di inchiesta per i precari che quotidianamente vivono questi
spazi, come strumento di autorganizzazione del lavoro postfordista.
Nell'ultimo anno questo dibattito è tornato di grande attualità, di
fronte all¹esplosione del movimento sindacale e alla palese incapacità
di organizzare e rappresentare il complesso mondo del lavoro atipico
e del precariato diffuso. In questi anni i centri sociali hanno costruito
intorno alle forme di vita, alla comunicazione, alla socialità e al
conflitto delle forme di identificazione generazionale e sociale, ma
senza riuscire a fare, per esempio, del reddito di cittadinanza un punto
di condensazione delle lotte e dell¹estensione dei diritti. Gli esperimenti
lanciati l¹ultimo anno vanno in una direzione interessante. Dalla generalizzazione
dello sciopero al MayDay, dai picchetti delle strade e delle
fabbriche alla street parade di Milano, quella moltitudine che attraversa
i centri sociali si è data il nome comune di precariato sociale e ha
cercato di reinventare le forme del conflitto. Se il precariato è dissolto
in molteplici e mutevoli identità, bisogna trovare differenti modalità
organizzative e comunicative e i centri sociali possono essere spazi
di relazione tra queste. Sembra quindi necessario intrecciare le differenti
dimensioni del lavoro postfordista, dalla mancanza di diritti alla capacità
di produrre autonomamente, dal desiderio di libertà organizzativa alla
necessità del reddito, dalle forme di vita al tempo di lavoro.
Quando il lavoro e la vita sono legate indissolubilmente bisogna inventare
un sindacato biopolitico, insieme vertenzialista e universalista, riformista
e rivoluzionario, capace di sottrarre saperi al capitale e liberare
la potenza creativa della cooperazione sociale. Le camere del lavoro
di questo bio-sindacato sono i centri sociali di seconda generazione,
spazi di composizione della moltitudine.